Il caso
CeraudoCinque giorni in una famiglia.Un anno di racconto.
Nel 2023 Ceraudo compiva cinquant'anni: un borgo del Seicento fra i vigneti biologici della Calabria, un relais, e la stella Michelin di Caterina Ceraudo.Siamo andati a stare da loro cinque giorni. Siamo tornati con un anno di comunicazione.
Chi è Ceraudo
Un borgo del Seicento, e una stella.
Ceraudo è un'eccellenza che in Italia non ha molti pari: una tenuta biologica in Calabria, vigneti e uliveti intorno a un borgo del Seicento, il Relais Dattilo, e un ristorante con una stella Michelin guidato dalla chef Caterina Ceraudo.
Il lavoro è nato insieme allo studio fotografico Brambilla Serrani, punto di riferimento internazionale nella fotografia del cibo — Veuve Clicquot, Cameo, Alajmo, e le cucine stellate. Loro le fotografie, noi il video, un solo set per entrambi.
Nel 2023 l'azienda compiva cinquant'anni. Andavano raccontati la cucina, la terra, la famiglia e l'ospitalità del relais. Tutto insieme.

La difficoltà
Il rischio, in un lavoro così, è di trasformare la casa di qualcuno in un cantiere.
Una tabella di marcia, dodici persone da spostare, una famiglia che per una settimana recita la parte di sé stessa.E intanto bisogna coprire tutti i mesi che verranno — i social, le fiere, le presentazioni — senza far vivere al cliente dieci produzioni diverse.
Una volta sola, e deve bastare per un anno.
Il metodo
Non una troupe. Degli ospiti.



Siamo stati alla tenuta cinque giorni consecutivi, ospiti. Abbiamo mangiato con loro, seguito le giornate, ascoltato le storie dei vigneti nei momenti in cui non si girava.
Da lì sono arrivate le cose che una troupe con la tabella di marcia non porta a casa: interviste in cui qualcuno dice davvero quello che pensa, dettagli che nessuno ti racconta il primo giorno, momenti che non si possono chiedere.
E abbiamo girato anche le porte di dietro — la cucina durante il servizio, la cantina, le mani nella terra. Far vedere il processo, e non solo il risultato lucido, è il modo più rapido di farsi credere: dimostra che non c'è niente da nascondere. È anche il motivo per cui in quelle immagini nessuno recita — non c'era niente da recitare.
Quando entri in empatia con una famiglia e ti ci siedi dentro, la telecamera sparisce.Da quel momento non stai più riprendendo: stai solo guardando.
Cosa ne è uscito
- 0giorni di riprese
- 0mini documentario per i 50 anni
- 0video per i social
- 0mesi di piano editoriale coperti
Un mini documentario per i cinquant'anni, quello che l'azienda mostra quando deve raccontarsi per intero.
Quindici video verticali sui piatti di Caterina, sul relais, sulla cantina e sulla terra: il materiale con cui i social sono andati avanti per mesi.
I pezzi per gli appuntamenti che contano — Identità Golose, la presentazione della Guida Michelin, le fiere, le istituzioni. Formati diversi, stesso girato.
Di cinque giorni di riprese non si butta via niente.
È il modo in cui lavoriamo, e non vale solo per Ceraudo: si decide prima di girare dove vivrà ogni cosa — la televisione, i social, la sala, la fiera —perché un pezzo per lo schermo grande e uno per il telefono non sono lo stesso girato esportato due volte.Deciderlo prima vuol dire tornare a casa con il materiale per tutti, invece che per uno.
I video
Guardali.
Sono al buio: muovi il puntatore e la luce li scopre. Clicca per aprirne uno.
Perché un documentario
Un annuncio lo si subisce. Un racconto lo si guarda.
Nessuno alza le difese. Appena si capisce che è pubblicità, si salta: è un riflesso, non un giudizio. Un racconto non interrompe niente, e chi guarda non si sente un bersaglio ma uno spettatore. È lo stesso motivo per cui un documentario lo si finisce e uno spot lo si chiude al terzo secondo.
Smetti di essere un fornitore. Un video aziendale parla di prodotti, servizi e caratteristiche, e ti mette in fila con tutti gli altri che li hanno. Un racconto parla di dove sei nato, di cosa hai imparato e di chi lavora con te — e quello, nel tuo settore, ce l'hai solo tu. Fra tre anni sarà ancora vero: un annuncio invece invecchia insieme alla campagna che l'ha pagato.
È la madre di tutto il resto. I quindici verticali di Ceraudo non sono un lavoro in più: sono nati dentro allo stesso girato, e senza il documentario non esisterebbero. Più le porte che si aprono da sole — un premio, una fiera, una presentazione istituzionale, la stampa di settore. Nessuno condivide volentieri uno spot; una storia sì.
E si aprono canali che a un video aziendale sono chiusi: i festival di documentari, e in certi casi i bandi regionali o il credito d'imposta.Non è automatico e dipende da come nasce il progetto, e si valuta insieme all'inizio.
Le obiezioni
Le domande che ti stai facendo
Costa più giornate, sì. Ma da quelle giornate esce il documentario e tutto il resto: qui, quindici video verticali più i pezzi per le fiere e le presentazioni. Diviso per quello che ne esce, spesso costa meno.
Quasi nessuno, ed è giusto così: non serve a tutti. Serve ai pochi che contano — chi deve decidere se lavorare con te, chi ti premia, chi ti compra. E la durata la decide il materiale, non l'ambizione.
Lo dicono tutti, e quasi sempre la storia è dentro una cosa che considerate ordinaria. Nell'ora iniziale si capisce se c'è o no — e se non c'è, te lo diciamo invece di girarci intorno.
Neanche quelle di Ceraudo, all'inizio. Per questo si sta cinque giorni invece di uno: quando smetti di essere una troupe e diventi un ospite, la telecamera sparisce e resta solo la conversazione.
È la paura giusta, perché un documentario è meno governabile di uno spot. Per questo il montaggio si chiude insieme, davanti allo stesso schermo — vengo da te col portatile, oppure ci colleghiamo — e non per email.
In certi casi sì: bandi regionali per le opere audiovisive, e il credito d'imposta cinema. Valgono però solo se il progetto nasce come opera e non come comunicazione aziendale, e vanno all'impresa di produzione. Non è automatico e non lo promettiamo: si valuta all'inizio, con chi di dovere.
Anche tu hai una cosa sola da raccontare bene.
Se il tuo progetto assomiglia a questo — una storia che vale, e la necessità di farla durare — parliamone un'ora e vediamo cosa ci sta dentro.
Rispondo io. Christian Moggi, regista.
Com'è andata, in breve
Cinque giorni sul posto, due mestieri sullo stesso set — la fotografia con Brambilla Serrani, il video con noi — e un archivio che ha retto un anno di comunicazione.
Una produzione sola, dodici mesi di racconto.
